martedì, agosto 29, 2006

impressioni di settembre


No, la Premiata Forneria Marconi questa volta non c'entra, c'entrano le sagre del ponente.

Aprite le agende e segnate:

domenica 10 settembre ad Apricale: 45° sagra della pansarola, che per ora potete solo contemplare nella foto, ma che alla sagra potrete pucciare nello zabaglione fornito contestualmente.


Poi la tradizione vuole poi che la terza domenica di settembre, quest'anno il 17, si svolgano in concomitanza la sagra dello stoccafisso a Badalucco e la sagra dei barbagiuai a Camporosso.
La mia preferita, quella dove non manco mai, è quella dello stoccafisso, ma come diceva Cicerone, de gustibus non disputandum est.

Infine, telefonando negli uffici del comune di Pietrabruna, alla domanda "quando si fa la sagra della stroscia?" un gentile e solerte impiegato mi ha prontamente confermato che "si fa festa il 21/22/23 settembre", come immaginavo, dato che il 21 settembre è San Matteo, festa patronale.

Resta libera la prima domenica del mese, qualcuno riesce a trovare il modo di sfruttare opportunamente anche questo giorno?

7 commenti:

nico ha detto...

Dal 5 al 10 di settembre c'è la sagra del pigato di Salea, ma rimane comunque sempre scoperta la prima domenica di settembre.

lupo ha detto...

Lascio ai più intrapprendenti tra voi il compito di stilare un calendario pubblico e condiviso di sagre ed eventi utilizzando google calendar.

pigher ha detto...

io sono senza parole... gimmi dovresti fare il consulente gastronomico!!
se mi trovi il vino fatto con il vitigno barbarossa sei il gastronomo ufficiale del blog!!!

Ale ha detto...

Per farmi perdonare dal Pigher

UVA BARBAROSSA

Vitis Vinifera fructu suavissimo, in mensis expetito, vetustatem ferente, (Quintil.) racemis mediis, acinis ex-rotundo-ovatis roseo colore fulgentibus, vino eleganter rubescente, sicco, levi simul et generoso, gusto gratissimo, Vulgo. Uva Barbarossa.

Uva Barbarossa. Soderini. Trinci. Micheli



La Barbarossa è la regina delle Uve da serbo, e una delle migliori fra le Uve da vino. È un vitigno vigoroso e fecondo che allega facilmente, e il di cui frutto resiste alle nebbie del giugno e alle meteore dell’autunno.

I suoi tralci a nodi piuttosto frequenti portano foglie grandi e a lobi ottusi ondate sovente di una velatura di rosso che annunzia il colore dell’Uva.

I grappoli di una grossezza media non sono nè pignati, nè spargoli: gli acini qualche volta tondi, il più sovente ovati, sono composti di una buccia sottile colorita di un roseo freschissimo e di una polpa molle e gentile che ha un dolce leggiero ma grazioso che alletta il palato senza pungerlo e che la rende gratissima in istato di frutto da mensa.

Il vino che ne viene è una bevanda sottile, e leggiera che rinfresca e disseta, e nello stesso tempo non lascia di essere spiritoso, sicchè riesce salubre insieme e grato ed il più adattato per le mense di famiglia.

È da credere che queste qualità provenghino da una combinazione così giusta di acqua, di alcool e di tartaro misti ad un poco di aromo, che non lascia che alcuno prevalga, e concilia così la scioltezza dei vini piccioli collo spirito dei vini grossi.

La parte colorante, che è probabilmente quella che fa l’aspro e il pizzicante della maggior parte delle Uve nere, è nella Barbarossa una sostanza così tenue, che resta diluta nel liquido senz’addensarlo, e serve solo per dare al vino quella bella tinta di rosa che lo distingue. Così il vino ha poco corpo, ma è secco, leggiero, ed eminentemente dissetante.

È da sorprendere come con questi pregi la Barbarossa non sia più coltivata di quello che la vediamo, nè goda la riputazione che merita. La cagione di quest’obblìo sta nelle precauzioni che esige per svolgere le sue qualità.

Se è mischiata colle altre uve essa non concorre punto a migliorarne il vino. La parte zuccherina che contiene non è sufficiente per sostenere una combinazione diversa dalla propria, e le qualità che la distinguono restano perdute nella concorrenza , nella quale sempre prevalgono quelle più pronunziate.

Così bisogna che sia vendemmiata a parte, e fare un vino separato. Nè questo basta: le uve forti e quelle che soprabbondano di zuccherino danno un vino più o meno perfetto secondo le località, ma sempre generoso e di corpo.

Quello della Barbarossa non ottiene la sua bontà se l’uva non acquista la maturità la più completa, e se la quantità del frutto non sia in proporzione colla forza del ceppo.

Quindi è necessario che la piantagione sia fatta in poggio, in esposizione aprica, a ceppi bassi o a filagni e potata con moderazione. Le Uve non devono bollire più di cinque a sei giorni, e il vino, lasciato in botte dopo la svinatura sino al febbraio, vuol essere mutato in quell’epoca, o poi schiarito coi metodi conosciuti in eneologia, e riposto in nuova botte e solfato.

Con queste precauzioni in maggio il vino è fatto, e si può bere con soddisfazione. Può essere conservato anche per anni, e dura, ma il suo vero punto è la state che succede la vendemmia e la successiva: se si tiene di più non degrada, ma non migliora. Tali sono i caratteri della Barbarossa come Uva da vino. Essa ne ha degli egualmente interessanti come Uva da mensa.

Molte sono le varietà che formano questa classe di uve. I Toscani vantano l’uva Regina e il san Colombano, i Napoletani la Cattelanesca, i Bolognesi la Paradisa, i Romani il Pizzutello (Galletta) i Genovesi il Vermentino e la Verdepolla, i Piemontesi l’Erba-luss, i Francesi il Chasselas, tutta l’Europa finalmente le Lugliatiche (compresa l’uva greca o laciniata) e i moscati, e prima fra questi la Salamanna.

Nessuna di tante eguaglia nell’insieme delle sue qualità la Barbarossa. I Moscati allettano pel loro profumo e le Lugliatiche per la loro precocità, altre per la dolcezza della loro polpa, altre finalmente pel volume dei loro acini e per la durata.

La Barbarossa riunisce tutti questi pregi. Non ha il profumo dei Moscati, nè è così dolce come il Vermentino e la Cattalanesca, ma il suo dolce è più gentile e non manca d’aromo. Ciò poi che la mette al di sopra di tutte è il suo colorito e la proprietà di conservarsi per tutto l’inverno. Le altre si prosciugano ed avvizziscono nell’avanzare della stagione, e il giallo dorato che ne fa la bellezza si volge in livido; molte non passano il mese di dicembre e infracidiscono. La Barbarossa sola si conserva intatta sino alla primavera, e se è colta asciutta e tenuta con cura mantiene sino all’ultimo una polpa fresca e piena di sugo, e una buccia liscia e colorita come quando si coglie.

La Barbarossa può essere annoverata fra i Vitigni Toscani. Quantunque sia rara nel Fiorentino, nel Sanese e nelle Valli dell’Arno, abbonda però nella Val di Nievole, a Carmignano, a Pomino, e nel Lucchese. Il Trinci la mette tra i migliori vitigni del Pistojese e ne dà una descrizione piena di vita come sono tutte quelle di questo scrittore. Ora però la sua coltura non è molto estesa, nè gode in alcun luogo la considerazione che merita. Dapertutto è coltivata come uva da vino, e mischiata colle altre, sicchè le sue qualità restano perdute. I Lucchesi ne fanno uso come uva da mensa e la serbano per l’inverno, ma non generalmente.

Io l’ho cercata inutilmente nelle Spagne e in Francia. Non l’ho potuta vedere in alcuno dei Vigneti che ho percorsi nello stato Romano tanto sul Mediterraneo che sull’Adriatico; mi è sembrata sconosciuta nella Lombardia e nello stato Veneto.

Il paese in Italia ove l’ho incontrata anche in qualche abbondanza è l’Astigiana. In quelle belle Colline la Barbarossa è coltivata fra i Nebbioli, le Barbere e le Malvagie, ma solo per uso di cibo. Le mense di Torino ne fanno lusso nell’Inverno, quando l’Erbalus comincia a mancare. I Gustaj l’apprezzano sopra qualunque altra, e si vende carissima.

La Costa Ligustica e specialmente il Nizzese coltivano molte uve con questo nome. In generale però sono Vitigni che vi somigliano ma che sono diversi e non ne hanno che il colore. Le forme, il gusto e la proprietà di conservarsi fresca nell’inverno sono pregi esclusivi alla Barbarossa Toscana.

Il Territorio di Finale è il solo ove sia stata introdotta con successo e dove la sua coltivazione si sia estesa più che nel suo paese indigeno. Colà Vigneti vastissimi sono piantati esclusivamente di Barbarossa, e il suo vino riempie le più ricche cantine. È il vino il più ricercato lungo la Riviera ove se ne fa un commercio considerevole, e dove si paga assai caro. È certo che si estenderebbe anche alla Città se i Proprietarj che lo raccolgono vi dessero un poco più di cura e adottassero i metodi dello schiarimento e della solfatura, ommai riconosciuti indispensabili per rendere il vino capace di sostenere il trasporto per mare e di conservarsi nei calori estivi.

È da sperare che i progressi della civilizzazione estenderanno per tutta l’Italia questo sistema, che è quello al quale è dovuta in gran parte la superiorità di cui godono i vini oltramontani sui nostri, e l’estensione del loro commercio.

Il Racimolo figurato nella tavola sotto il nome di Barbarossa Verdona rappresenta una varietà coltivata in Finale assieme all’altra e che molti apprezzano di più. Essa non si distingue che per la grossezza degli acini e per una velatura di verde che varia il suo colorito, e nel resto è ancora dubbio se vaglia la Barbarossa comune.

Coloro che ammettono le degenerazioni e le migliorazioni la riguarderebbero come una modificazione della varietà primitiva operata dalla coltura o da qualche altro agente esterno.

Però è evidente, che se ciò fosse possibile, la Barbarossa Toscana non si manterrebbe eguale dappertutto siccome la vediamo da secoli, e le sue modificazioni si graduerebbero all’infinito.

Bisogna dunque ricorrere ad una teoria più conforme all’esperienza e alla ragione, bisogna considerarla come una di quelle fisonomie che si somigliano perchè le combinazioni che le producono nella concezione hanno una grande analogia fra loro. Sarebbe una sorella, o più probabilmente una figlia dell’altra. Noi abbiamo degli esempj frequenti di questo fenomeno nel Regno Animale. I figli qualche volta somigliano al padre o all’avo, e più sovente si somigliano fra di loro, specialmente quando sono gemelli. Nel primo di questi ultimi casi formano delle fisonomie di famiglia che si distinguono a prima vista, e nel secondo presentano una somiglianza tale fra i gemelli che non si distinguono senza una lunga pratica. Il Regno Vegetale soggiace alle medesime leggi, e presenta le stesse anomalie.

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testo trascritto da Sergio Circella (Ne-Valgraveglia, Genova)

Ale ha detto...

Ma in che lingua ha scritto questo qui sopra che ho copia-incollato?

pigher ha detto...

non lo leggo neanche sotto tortura!!! e poi io chiedevo il vino in bottiglia, mica la definizione!!!

gimmi ha detto...

lupo, google calendar mi sembra legato ad un unico account su google. Non esiste niente di "collaborativo"?